50 anni di “Wish you were here” tra assenza e nostalgia

Sarebbe scontato affermare quanto gli anni ’70 siano stati di così vasta importanza per il panorama musicale rock e per la sua evoluzione. Grazie alla nascita di celeberrime band quali gli AC/DC, nati in Australia, o gli statunitensi Ramones, noti come padri del punk e pionieri del punk rock, il mondo della musica diventò sempre più aperto ad un’incessante evoluzione. A divenir sempre più rinomati in questi anni pieni di innovazione furono i Pink Floyd, band già conosciuta globalmente per i primi grandi successi degli anni ’60, come The piper at the gates of dawn, punto focale per il psychedelic rock e altri album come A Saurceful of secrets e la colonna sonora More. Dall’inizio degli anni ’70 in poi ci si allontanò sempre più dal rock psichedelico nato dalla mente geniale di Syd Barrett e ci si avvicinò ad uno stile basato sul genere del progressive rock. Bisogna inoltre ricordare che quasi ogni prodotto degli anni ’70 pubblicato dalla band era ideato da Roger Waters, ormai diventato mente creativa dell’intero gruppo: album quali il Dark side of the moon o The wall, erano pensati da Waters stesso, naturalmente anche grazie all’aiuto ed i straordinari lavori strumentali dei compagni Mason, Wright e Gilmour. Ma di tutti i capolavori pubblicati durante questo decennio fondamentale per l’ascesa della band, un album viene ad oggi rammentato come uno dei più apprezzati del periodo e probabilmente come uno dei migliori del gruppo, ovvero Wish you were here, che quest’anno compie ben 50 anni.
Sicuramente molti dei dischi dei Pink Floyd sono stati celebrati per le innovazioni ed il suono sperimentale, ed anche se in questo progetto non vi è nulla di così tanto rivoluzionario, come è stato anche accennato dalla critica dopo la pubblicazione, comunque il disco rimane uno dei più memorabili di tutto il secolo scorso. Ma ad oggi che cosa rimane di questo inequivocabile capolavoro?
In primo luogo, prima di capire quale sia l’eredità di Wish you were here si deve analizzare al meglio ciò che è alla base del prodotto stesso, ovvero le tematiche trattate, difatti qui è semplicemente proposta un’immensa dedica al caro amico ed ex membro della band Syd Barrett. Quest’ultimo fu il fondatore dei Pink Floyd, e per colpa di crolli psicotici ed un incessante abuso di droghe psichedeliche, fu cacciato a malincuore dagli altri membri del complesso. Ormai era totalmente distaccato ed “alienato” da chiunque altro, e proprio per questo non fu in grado di continuare il proprio lavoro (anche se per poco tempo si dedicò ad una carriera da solista). Ciò che pochi sanno è che durante una registrazione un paio di anni dopo la sua fuoriuscita dal gruppo Barrett visitò la band, e nessuno potè riconoscerlo dato il suo aspetto visivamente cambiato, era appunto divenuto calvo ed ingrassato a dismisura. Quest’incontro che fu tra l’altro l’ultimo per ogni membro del gruppo (tranne per Waters che lo incontrò alcuni anni dopo), fu quasi traumatizzante, ciò porterà quindi ad un immenso sviluppo dell’album Wish you were here. Innanzitutto, la canzone Shine on you crazy diamond divisa in 2 parti che inizia e conclude il disco descrive al meglio Barrett, come il genio che realmente fu, che brillava in modo unico (proprio nel testo viene detto “You shone like the sun”), questo si riferisce proprio alle sue doti così singolari che ogni membro del gruppo (come l’immenso pubblico della band negli anni ’60) notò ed apprezzò. Oltre a questa canzone però, naturalmente ciò che venne dedicato di più in assoluto a Barrett è il brano (che dà proprio il titolo al disco) Wish you were here, scritto da Waters in suo onore; esso tende a descrivere in modo doloroso la nostalgia, la mancanza ed il rimpianto. È forse ricordata ad oggi come una delle più struggenti canzoni di sempre, proprio per la sua potenza, difatti in pochissimi versi si riesce a far percepire al meglio una sensazione penetrante di assenza.
Nonostante la presenza focale del rimpianto per la figura di Syd Barrett, non bisogna pensare che questo sia l’unico tema esistente; ad essere padrone dell’intero disco è anche la tematica dei difetti dell’industria musicale, sempre di più verso la decadenza. Nella memorabile copertina dell’album, sono raffigurati 2 uomini che si stringono la mano mentre uno va in fiamme, ciò rappresenta proprio la freddezza e l’incomunicabilità dell’industria contemporanea, caratterizzata da formalità (come la gelida stretta di mano) e disumanizzazione (percepita dall’ambientazione industriale). Inoltre, si può ricordare un altro dei pezzi del disco, Have a cigar, che descrive al meglio il mondo discografico con cui i Pink Floyd ebbero parecchie incompresioni. Nel testo vengono utilizzate parole che descrivono la vera e propria manipolazione dell’industria, viene trasmesso non solo un atteggiamento fasullo da parte dei piani alti della musica, ma anche una sorta di disinteresse e non curanza, ciò può essere notato con la frase “Oh, by the way, which one’s Pink?”, che spesso veniva posta al gruppo e fa capire quanto nessuno si interessasse ai componenti stessi, ma solamente all’ “idea” della band, portatrice di denaro.
Avendo parlato di tutto ciò che è alla base di questo magnifico lavoro dei Pink Floyd, si può percepire quanto questo non sia stato un progetto come tanti altri. In Wish you were here vi è un insieme di tanti pensieri che potrebbero sembrare totalmente distaccati l’uno con l’altro, come il rimpianto e l’industria discografica, ma nonostante ciò, la grandezza della band si vede proprio nel sapere unificare tutto in un modo armonico ineccepibile. Per tante volte durante la proprio carriera i Pink Floyd riuscirono ad unire molteplici temi diversi nei propri album, come in The Wall dove sono delineate l’omologazione e l’alienazione moderna, come anche la crescita umana e la morte; ma qui in Wish you were here tutte le tematiche riguardanti il mondo moderno, quali la disumanizzazione e le incomprensioni, sono impregnate del perenne dolore patito dalla band per la mancanza di Syd Barrett, che fu il fulcro di quasi tutti i propri lavori.

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