Ci troviamo nel 1978, dopo l’uscita de “l giorni del cielo”, Terrence Malick inizia a considerare diverse idee per i suoi futuri lungometraggi. Nonostante il grande successo ottenuto con i suoi primi lavori come regista, la nascita di un nuovo prodotto cinematografico diventa sempre più lontana, difatti ogni progetto in cantiere difficilmente riesce a concretizzarsi per oltre 15 anni. Poi, a metà degli anni ‘90, la realizzazione del suo nuovo film “La sottile linea rossa” viene finalmente ultimata. Questa pellicola, nonostante uscì al cinema nel 1998, ben 20 anni dopo l’ultimo capolavoro del regista, non fu l’unico lungometraggio su cui il cineasta iniziò a lavorare. Alla fine degli anni ‘70, Malick cominciò la stesura di un nuovo epocale progetto, “Q”, un immenso film sulla storia dell’universo e della sua creazione, e nonostante venne anche cominciata la pre-
produzione, non ebbe mai luce.
“Q” però, non venne totalmente abbandonato dal regista, infatti nel 2005 tornò in cantiere e, con un nuovo studio alle sue spalle, Terrence Malick annunciò l’inizio della sua realizzazione. Il nuovo titolo della pellicola, “The Tree of Life”, stava proprio ad indicare la base del film, ossia un’emozionante storia sulla vita in ogni forma, con innumerevoli ramificazioni, dalla morte alla filosofia, dalla violenza alla pietà, esplorando la nascita dell’esistenza stessa.
Dopo 5 anni di produzione e vari rimandi, nel 2011 il lavoro finito venne presentato a Cannes, in cui vinse la Palma doro al miglior film. Come quasi tutti i lungometraggi del cineasta, anche “The Tree of Life” divise il pubblico dalla critica: in molti detestarono – e continuano a disprezzare – la pellicola, dato il ritmo lento e i dialoghi “assenti”, mentre altri lo osannarono come capolavoro del cinema contemporaneo.
Purtroppo cominciare un discorso o una banale analisi su un lavoro del genere sarebbe parecchio difficile, poiché vi sono così tanti spunti su cui soffermarsi che sarebbe praticamente impossibile giungere al fulcro della discussione. The Tree of Life non è un film come tanti altri, non si occupa di una semplice trama, con dei banali dialoghi o una storia con degli sviluppi qualunque. La pellicola cerca di osare, di andare oltre i limiti dell’arte cinematografica, sconfinando e mostrando una meraviglia armoniosa ricca di aspetti immensamente profondi. Ciò che in molti non apprezzano del film è che la storia alla base, appare in modo per niente lineare. Il cuore dell’intera pellicola è un insieme di riflessioni date da diversi personaggi, dopo aver avuto esperienza della morte. Nei primi minuti, vengono mostrate le reazioni di una coppia adulta, formata dagli eccezionali Jessica Chastain e Brad Pitt, dopo la dipartita del proprio figlio R.L. Correlato a queste scene, è anche presentato il ricordo del fratello Jack, interpretato da Sean Penn, molti anni più avanti, che andando a ritroso nei cocci della sua memoria, cerca delle risposte per l’avvenuto. Invece di mostrare i semplici frammenti dell’esistenza del protagonista o dei suoi genitori, Malick osa, difatti per cercare di analizzare la morte, mette in contrapposizione ad essa la stessa vita, portando su schermo non solo la nascita del protagonista, ma l’intera creazione dell’universo. È questo l’aspetto che il cineasta ha preso dal suo lavoro non ultimato “Q”, una meravigliosa descrizione della genesi degli esseri viventi.
Il film dunque, mette in scena l’origine del cosmo, del pianeta Terra, passando anche per il mondo cellulare, quello sottomarino e i dinosauri, fino ad arrivare agli anni ‘50, dove nasce il giovane Jack, figlio del signore e della signora O’Brien. Avviene la sua crescita, quella dei fratelli e i genitori, la propria evoluzione nell’infanzia, per poi arrivare fino all’età adulta, in cui il protagonista, riconciliato con la propria storia, trova finalmente delle risposte. Ascoltando per la prima volta la descrizione della trama, probabilmente ci si può sentire confusi, dato che nessuna pellicola ha mai avuto delle peculiarità di questo calibro. ln realtà, la storia di fondo è probabilmente la parte meno importante del capolavoro di Malick, che tenta di affascinare lo spettatore senza fornire quegli aspetti che possono essere la base di qualsiasi altro lungometraggio. Qui non si segue un filo qualunque, non ci sono colpi di scena, non vi è suspense o dramma, si vede soltanto la bellezza della vita. Questa maestosità viene mostrata nei piccoli aspetti di ogni giorno, sia quelli negativi che quelli positivi. Per l’intero film, i protagonisti recitano attraverso una voce fuori campo, tipica del cinema di Malick, innumerevoli pensieri sul cosmo, attraverso la religione e la filosofia. Ognuna di queste riflessioni è accompagnata dalla meravigliosa fotografia di Immanuel Lubezki, che con dei movimenti e delle luci affascinanti, crea un’atmosfera più che mozzafiato. Ad aprire il lungometraggio vi è una frase del “Libro di Giobbe”, che rappresenta una domanda fondamentale che ognuno dei personaggi principali della pellicola si pone, ovvero il ruolo di Dio. Il chiedersi dove egli sia, e soprattutto, se abbia preso nelle sue mani il giovane morto all’inizio del film, sono solo alcuni dei dubbi nati dai protagonisti. Ci si interroga sulla grandezza del Signore, sul suo dare la vita e riprendersela. Come detto dalla signora O ‘Brien, Dio a volte cura, crea o “sparge sale sulle ferite aperte”. La sua esistenza, la sua creazione e l’origine della vita, sono tutti aspetti su cui all’inizio non si trova alcuna risposta. Solamente con il proseguire della storia, la signora O‘Brien capirà il vero e proprio senso del proprio percorso, come madre e come essere umano. Il seguire la via dell’amore, il cammino del bene, questo è il vero ed ultimo significato della vita.
Nonostante i quadri di negatività mostrati nel film, come il giovane soffocato nel mare o il povero ragazzo ustionato in un incendio, l’unica certezza è il continuare ad amare. La madre del giovane Jack quindi, esaltando il perdono e l’amore, incarna la parte più sensibile del film. Dall’altro lato, il signor O’Brien, non segue il percorso che la moglie intraprende. È una persona molto dura, con un taglio da militare, invidiosa degli altri, mossa dal denaro e da un sottile odio nei confronti di chi è davanti a lui. Nonostante ciò, non è presentato in modo totalmente negativo. Nella sua figura si possono trovare in qualche modo delle somiglianze con l’ideale di Dio su cui ci si interroga spesso. Il giovane Jack spesso si pone domande sul padre, sulla sua bontà e sulla sua crudeltà, spesso si chiede “Perché ci fa del male?”. O’Brien per il protagonista, come Dio per tutto il lungometraggio, sembra alternare la magnanimità con la compassione. Prima punisce il figlio senza alcun valido motivo, e poi lo accudisce, dapprima dà regole e poi le viola, come il Signore porta alla luce il giovane R.L. per poi riprenderlo fra le sue braccia. Nonostante il collegamento con la figura religiosa, il signor O’Brien si trova anch’egli, come la moglie ed i figli al di sotto di lui, al cospetto di Dio, per cui le sue azioni ed i suoi progetti vengono messi in dubbio, elogiati o puniti.
La peculiarità che rende The Tree of Life davvero unico è ovviamente – come già anticipata – la parte della pellicola in cui si mostra la creazione del cosmo. Questa, non solo è stata realizzata da Douglas Trumbull, colui che ha realizzato gli effetti speciali di “2001:Odissea nello spazio”, ma è anche uno di quegli elementi che rendono l’opera magnifica. L’evoluzione della Terra fino ai dinosauri è presentata in modo davvero magnifico, e in una delle tante scene di questa sezione, Terrence Malick riesce ad inserire un piccolo particolare, che in pochi secondi spiega il significato dell’intero lungometraggio. Viene mostrato un dinosauro, che invece di uccidere una preda come tante altre, dopo averla schiacciata con un piede, si allontana, lasciandola viva. Questa semplice, minuscola scena, rappresenta quel meraviglioso aspetto affrontato dalla signora O’Brien, il seguire la via dell’amore e della grazia, che quel singolo dinosauro ha deciso di intraprendere, risparmiando la vita ad un altro animale. Questo è un istante meraviglioso che rappresenta la nascita della pietà nel cosmo, che da chiunque può essere percepita, perfino da viventi lontani da noi e dai protagonisti del lungometraggio.
Tutto ciò di cui abbiamo trattato è senza dubbio portato su schermo in maniera emozionante, non solo dal regista Terrence Malick, ma dalla fotografia e i movimenti di camera, che cercano di essere sempre vicini alla luce, come se fosse un vero e proprio contatto con Dio. Ci si sposta fra le persone, le case e la natura mostrando spiragli di raggi solari, che illuminano le strade e tanti piccoli momenti che sembrerebbero insignificanti, ma invece si mostrano in modo meraviglioso. Una pellicola di questo calibro può certamente essere origine di numerose riflessioni personali, o anche di dubbi, dato lo stile così singolare infatti non è facile riuscire ad apprezzare l’insieme dell’operato di Terrence Malick. Ma la conferma assoluta su cui non ci si può interrogare è la profondità.
