Giunto alla settima collaborazione con il regista Paolo Sorrentino, Toni Servillo è ritenuto uno dei maggiori interpreti del cinema italiano. Nella sua carriera di oltre tre decenni ha vinto numerosi premi, e quest’anno, per il nuovo film “La Grazia”, ha trionfato al Festival di Venezia, ottenendo la Coppa Volpi al miglior attore protagonista. Un risultato davvero notevole, considerato che ha anche scavalcato altri artisti eccezionali, quali Jacob Elordi ed il suo magnifico mostro di Frankenstein, o Lee Byung-Hun nell’acclamato “No OtherChoice“. Bisogna d’altronde rammentare che un plauso di questo calibro, è attualmente uno dei più ardui da raggiungere. Probabilmente, solo grazie al sodalizio con il proprio regista prediletto Sorrentino, con cui ha creato personaggi immortali, sarebbe riuscito a raggiungere questo traguardo. Soltanto grazie all’interpretazione di Mariano De Santis, grigio presidente della Repubblica a fine mandato, l’attore ha conseguito finalmente – questo premio. Richiamando alcuni dei toni delle pellicole di inizio carriera, Sorrentino delinea un protagonista spigoloso, di cui si vorrebbe conoscere tutto fin dalla prima apparizione. Servillo non interpreta un presidente della Repubblica, egli lo diventa, immergendosi totalmente nel profondo animo del personaggio, forse anche più che in qualsiasi suo altro ruolo. Viene mostrato un uomo stanco, non della sua professione, in cui – come viene espresso ripetutamente è stato uno dei maggiori esponenti, bensì della sua pallida vita. È come se si rivedessero degli elementi di Titta di Girolamo (“Le conseguenze dell’amore”, 2005) che con la sua visione spenta e opaca del mondo, cattura lo spettatore portandolo in una dimensione glaciale. Qui vi è una persona granitica, praticamente imperscrutabile, che sembra non conoscere realmente chiunque intorno a lui, come se ne fosse totalmente distaccato. Mariano è uno dei tanti personaggi Sorrentiniani che vivono la decadenza della modernità, in continuo contrasto con sé stessi e con ciò che hanno intorno. Vive costantemente in abito elegante, non mostrandosi mai in una tenuta più delicata; scrutando scaffali con voluminosi libri di diritto o sedendosi su regali mobili antichi. Egli è rimasto fermo, immobile, sembra essersi pietrificato per sempre nel tempo, come uno dei suoi volumi da giurista. Per l’intero film i suoi pensieri tornano alla memoria della moglie Aurora, deceduta da otto anni, che rappresentava un leggero bagliore di vivaciaper la propria vita. Egli, congelato nel tempo, ne rammenta continuamente la presenza, ponendosi infiniti dubbi sulla sua memoria e sulla sua ormai passata vita. Come espresso anche da tanti intorno a lui, Mariano viene soprannominato “Cemento armato”. Che sia per la sua impostatezza, o per il rigido modo di porsi, esso è un appellativo perfetto per la propria descrizione. Questo nome sarà poi di fondamentale importanza per la pellicola, poiché grazie alla bravura registica di Sorrentino, ne avverrà una vera e propria decostruzione. Nonostante Mariano, come l’ambiente in cui vive, sia rimasto fermo, è costernato per l’intera pellicola da scorci e domande di vita contemporanea da cui non può fuggire. Grazie ai complicati quesiti politici, si scava a fondo nel personaggio del presidente De Santis, con ogni minima domanda che conduce ad un profondo arricchimento della sua figura. Tra le istanze politiche in questione, una legge sull’eutanasia, delineata dalla figlia giurista Dorotea, e due richieste di grazia, tormentano gli ultimi mesi del suo mandato. Esse sono centrali per l’intera pellicola, poiché aprono gli occhi a Mariano e allo spettatore, per l’incombente modernità che sta subentrando nel vivere odierno. Quello sull’eutanasia è un dubbio incessante che tanti politici si pongono, ed è fondamentale per allontanare il presidente dal suo passato. Considerando tale quesito, Mariano si avvicina a tanti aspetti di un futuro che non tarderà ad arrivare. La carica di Papa affidata ad un uomo anticonvenzionale, con un atteggiamento riflessivo ma anche intrigante, o il collegamento con un astronauta confinato nello spazio, sono alcuni dei frammenti di attualità che arricchiscono il film. Il protagonista si addentra in un mondo che non gli appartiene, e più si convince sulle risposte ai quesiti politici, più si avvicina alla contemporaneità. È quasi toccante vedere Mariano giungere in una nuova tipologia di ambiente, anche ascoltando musica giovanile (Guè Pequenoad esempio, che fa anche un’apparizione nel finale), che è sempre sembrata fuori luogo per la sua posizione o per la sua vita. I dubbi giuridici connessi a quelli personali sgretolano la massiccia figura di Mariano, che nonostante sia “cemento armato”, diventa sempre più fragile, ma anche aperto e leggero. Il titolo della pellicola, “La Grazia”, ovviamente si riferisce alle proposte di clemenza richieste al presidente, ma potrebbe avere anche un secondo significato. Esso può anche riferirsi ad una virtù che non appartiene al protagonista, la delicatezza o leggiadria, che sembra lontana dal suo essere. Questa nobile peculiarità apparteneva ovviamente alla moglie Aurora, quindi si è discostata dal protagonista nel tempo. Tuttavia grazie alla propria evoluzione, essa viene riconquistata; quella pesantezza tipica del cemento armato che ha contraddistinto Mariano per tutta la sua vita, sta pian piano scomparendo. Ognuno degli elementi appena descritti, rende il lungometraggio davvero profondo e toccante, come d’altronde tanti prodotti Sorrentiniani sono riusciti ad essere. Mariano De Santis è un uomo commovente, davanti al quale è impossibile rimanere indifferenti, e ciò soprattutto per l’evoluzione personale. Sorrentino poi, con una regia meno retorica ed onirica in confronto ad altri suoi prodotti, sembra ritornare a regalare allo spettatore una delle prime pellicole della sua carriera. L’unica pecca del film, che ne potrebbe peggiorare le considerazioni generali, è il ritmo. Più che in qualsiasi altro lungometraggio del regista, la durata complessiva si fa sentire. Ciò a causa di alcune scene, ridondanti o pesanti, che se snellite sarebbero risultate molto più piacevoli. Sicuramente, se il prodotto finito fosse durato 20 0 addirittura 30 minuti in meno, sarebbe risultato assai più godibile. Ciò non significa che il film risulti inaccessibile, semplicemente, come altre pellicole della sua carriera insegnano, il cinema di Sorrentino è aperto a pochi, e comprensibile a pochissimi, quindi “La Grazia” non è da meno.
“La Grazia”: Toni Servillo davanti al peso della modernità
