Immaginate di vivere in un mondo dove tutti hanno la stessa voce e lo stesso volto, l’atmosfera è opaca e nulla sembra interessante. Nel mezzo della monotonia però, scorgete una voce differente da quella degli altri, che finalmente vi fa sentire lontani dalla cupa dimensione che per anni vi ha catturato.
Questa è in breve la sinossi di “Anomalisa”, film del 2015 diretto da Duke Johnson e da Charlie Kaufman. Quest’ultimo, sceneggiatore della pellicola e scrittore dell’opera teatrale da cui è tratta, congiunge le tematiche tipiche della sua filmografia ad uno stile animato senza eguali.
Il lungometraggio descrive Michael, uno scrittore di libri sul servizio clienti, in partenza verso Cincinnati per una conferenza. Fin da subito si viene catapultati dentro il mondo malinconico del protagonista, che in viaggio sull’aereo non riesce a distinguere una voce dall’altra. Si viene sopraffatti dal discutere di ognuno, non ci sono veri e propri dialoghi, ma semplicemente rumore. Spostandosi per Cincinnati, Michael vive situazioni quotidiane che sembrano insignificanti, ma risultano importanti per lo sviluppo dell’ambientazione surreale del film. Si delinea una cornice pressoché grottesca, con personaggi che fanno esasperare e ridere lo spettatore simultaneamente. Il protagonista arriva poi al proprio alloggio, l’hotel “Fregoli”, il cui nome è una chiara allusione alla malattia di cui soffre. Chi vive la sindrome di Fregoli tende a vedere le persone tutte uguali, con identici volti e movenze, proprio come accade a Michael stesso. Ma non bisogna pensare che “Anomalisa” tratti semplicemente di un povero uomo malato, difatti questa patologia è solamente un elemento minimo della pellicola. Il vedere chiunque allo stesso modo di Michael rappresenta in primo luogo l’assoluta omologazione della società, dove nessuno sembra distinguersi dagli altri. Ma
ciò descrive anche la profonda solitudine dell’uomo, che in preda alla disperazione non riesce ad uscire dalla voragine alienante in cui è immerso. Ogni personaggio che si ritrova davanti, dai camerieri dell’hotel alla vecchia fiamma Bella con cui si ricongiunge brevemente, lo condurrà ad un ancor più profondo senso di malinconia. Perfino l’albergo in cui alloggia conduce ad un imponente senso di distacco dalla realtà, difatti è un ambiente cupo con corridoi infinitamente lunghi e profondi, come se si fosse dentro un loop.
La prima parte della pellicola mette in scena perfettamente l’ambientazione tipica dei film scritti da Charlie Kaufman, che fin dall’inizio della sua carriera si è dedicato a prodotti dal tono surreale. Egli nei primi anni ad Hollywood insieme ad altri registi è riuscito ad occuparsi di opere eccezionalmente complesse, quali “Essere John Malkovich”(1999). Ma a questo punto del percorso è riuscito a garantire una svolta assoluta per la sua crescita come regista. Nei primi 40 minuti di “Anomalisa” Kaufman non lascia spazio soltanto al suo stile eccessivamente pesante, ma colora il tutto con un tono più paradossale e quasi ridicolo. Si nota finalmente la maturità del regista, che realizza un’apertura della pellicola davvero intrigante. Andando avanti con la descrizione della storia, il solitario Michael guardandosi allo specchio in bagno, nota una particolarità nel proprio volto, che sembra quasi “meccanico”. Questo effetto è dato ovviamente dalla tecnica di animazione che è stata adoperata, ossia la stop-motion, in cui si usano pupazzi reali spostati a mano. I registi però, dimostrano la propria bravura facendo dimenticare che non appaiono mai persone in carne ed ossa, difatti le figure non risultano fittizie, bensì reali.
La faccia in tale condizione del protagonista, caratteristica dei personaggi del lungometraggio, simboleggia proprio la poca umanità di coloro che si hanno intorno. Gli uomini non sembrano concreti, appaiono come noiose macchine tutte uguali, con la medesima forma. E quando Michael sembra totalmente assorbito dalla disperazione, sente una voce diversa dalle altre, quella di una giovane e graziosa donna. Egli finalmente se la trova davanti dopo averla cercata tra le stanze dell’albergo, e da questo momento in poi, il film prende una piega differente. Il protagonista ha dinnanzi una ragazza qualsiasi, non sembra più sveglia o più interessante degli altri, ma possiede qualcosa di unico, una voce propria. Da qui in poi, tra Michael e la giovane, chiamata Lisa, nascerà un rapporto speciale, che durerà per poche ore, ma che farà sentire il protagonista finalmente in modo diverso.
Il titolo del film deriva proprio dall’essenza della donna, la quale è un’ “anomalia” fra gli esseri qualunque. Lisa è un’eccezione, dovrebbe sembrare sbagliata in confronto agli altri, ma proprio il suo essere diversa la rende speciale. Questa sua peculiarità può essere ritenuta la colonna portante del film, la profonda morale che il regista cerca di mettere in scena. Lisa in qualsiasi altro contesto non avrebbe niente di diverso dagli altri, è una persona qualunque, con un lavoro generico ed un passato travagliato. Ma davanti alla disperazione di Michael, il suo essere sé stessa, differente nella sua normalità, la rende speciale. Quindi egli vi trova un’immensa bellezza, interiore ed esteriore.
Ma dopo dei momenti infinitamente puri ed intimi fra i due protagonisti, la parte conclusiva del lungometraggio si distacca da questo tono più piacevole. Michael svegliatosi accanto a Lisa si ritrova annoiato e disgustato dai suoi comportamenti, e per questo, finita la propria conferenza, la abbandona tornando alla sua vita regolare. Questo gesto frustrante messo in atto dal protagonista, proietta nuovamente sul resto della filmografia di Charlie Kaufman, che non garantisce mai un tono speranzoso nelle sue pellicole. Michael credeva di aver finalmente trovato la persona capace di salvarlo, ma sentendo la sua voce diventare come quella di chiunque altro, comprende che il problema risiede dentro sé stesso. La chiave conclusiva del film dunque, riporta lo spettatore verso un’angosciante sensazione di solitudine interna da cui è impossibile scappare.
Questa interpretazione dell’opera potrebbe risultare poco rincuorante, ma l’intero lungometraggio, nonostante la conclusione negativa, conduce ad innumerevoli riflessioni sull’amore e la solitudine come pochi film riescono a fare.
Kaufman dunque, con “Anomalisa” realizza il suo prodotto da regista più riuscito in assoluto. Spesso in altre opere si perde nel suo essere cervellotico, con tanti aspetti che risultano poco riusciti. Ricordando ad esempio “Synecdoche, New York”(2008), o soprattutto “Sto pensando di finirla qui”(2020), in cui difficilmente riesce a farsi comprendere dallo spettatore. ln questa pellicola invece non si perde in lunghi processi cerebrali difficili da interpretare, ma lascia allo spettatore più chiavi di lettura, dando vita comunque ad un’opera accessibile.
Alla base vi è sempre un personaggio profondamente distaccato, come il Joel di “The Eternal Sunshine of the Spotless Mind”(2004), ma il tutto con un tocco più intimo ed ovviamente, surreale.
Dunque Anomalisa fin dalla prima visione appare come un vero e proprio film “anomalo”. È una piccola eccezione significativa nel cinema d’animazione moderno, che difficilmente, come soltanto Charlie Kaufman sa fare, tratta tematiche così difficili in un modo tanto intimo.
