Pet Sounds: la fragilità come rivoluzione

Ritenuto dalla rivista Rolling Stone il secondo miglior disco della storia, “Pet Sounds” dei Beach Boys è acclamato universalmente come una delle più grandi opere del panorama musicale americano. La bellezza del celebre album, giunto quest’anno al suo 60esimo anniversario, ancora oggi è difficilmente messa in discussione. Quando però ci si riferisce ad un capolavoro di questo calibro, non si può semplicemente definire il prodotto in sé “bello”. Non è un qualsiasi disco orecchiabile, bensì una delle pubblicazioni più rivoluzionarie dell’ultimo secolo. Non ci si deve soffermare soltanto sul sonoro dell’album, che è ovviamente ineccepibile, ma bisogna dunque comprenderne la storia e soprattutto, l’impatto culturale.

Per capire al meglio le origini di “Pet Sounds”, iniziamo descrivendo la band che lo ha composto 60 anni fa, ossia i The Beach Boys. Principalmente conosciuti in Italia per la musica surf e canzoni disimpegnate come ” l Get Around”, all’inizio degli anni 60 hanno vissuto l’apice della propria carriera. I dischi pubblicati, tra i più venduti dell’epoca, erano acclamati da pubblico e critica. Con i primi album quali “Surfin USA” e “Surfer Girl”, il gruppo contribuì alla creazione del “sogno americano”, alimentando una visione idealizzata degli Stati Uniti, fatta di sole e di divertimento.

ln questi anni però, in parallelo ai Beach Boys emersero molti altri musicisti che si fecero strada nell’industria: i Rolling Stones, Bob Dylan, ed ovviamente, i Beatles.

E mentre questi ultimi iniziavano la propria ascesa nel settore diventando simboli dirompenti della propria epoca, i Beach Boys rimanevano una band di melodie semplici ed orecchiabili.

Ciò che cambiò per sempre il destino del complesso fu una decisione del membro fondatore Brian Wilson, che scelse di abbandonare definitivamente i tour. Essi difatti condussero l’artista ad un periodo di stress intollerabile, e dunque iniziò a dedicarsi solamente alla composizione delle canzoni, stando lontano dai riflettori.

Grazie a questa scelta, Wilson ebbe molto più tempo per dedicarsi alla scrittura dei brani del gruppo, e, iniziando una ricerca più introspettiva, riuscì a fornire un tocco più personale ai testi.

Un ultimo evento che scatenò l’evoluzione assoluta dei Beach Boys fu la pubblicazione del disco “Rubber Soul” dei Beatles, che nel 1965 sconvolse Brian Wilson. Egli si sentì sopraffatto sentendo un’opera di tale calibro, in cui non erano presenti canzoni d’amore qualunque, ma tanti tasselli che davano vita ad un insieme di melodie tecnicamente perfette.

Proprio per questo, turbato dall’ascolto, iniziò a lavorare senza sosta e con una marcia in più ad una nuova opera musicale, “Pet Sounds”.

La composizione del disco fu interminabile, difatti si cercò di perfezionare ogni singolo aspetto dell’album di giorno in giorno. Vi erano momenti in cui si decideva di buttare tutto il lavoro già fatto, ed altri invece, in cui il cantante influenzato dall’uso massiccio di LSD, creava armonie sperimentali ed ipercomplesse.

La lavorazione di “Pet Sounds” dimostra quanto il disco fosse destinato ad essere un punto di svolta per la musica mondiale. Venivano adoperati strumenti insoliti come clavicembali o oggetti di uso casalingo; inoltre, la maggior parte delle armonie vocali richiedevano un lavoro in studio colossale. Si andò oltre ogni limite per la propria epoca, infatti nessuno avrebbe mai pensato di utilizzare parti vocali intrecciate coralmente o l’abbaiare dei cani per della musica pop. Ma ciò che ha reso così importante “Pet Sounds” è stato soprattutto il modo di scrivere di Wilson, che decise di andare oltre le generiche canzoni d’amore.

L’opera dei Beach Boys mantiene un filo conduttore malinconico di brano in brano, rispecchiando i sentimenti del giovane compositore. I testi del disco non sono casuali ed orecchiabili, ma introspettivi e profondi. Il cuore di “Pet Sounds” è l’anima fragile di Brian Wilson, ragazzo che racconta le proprie insicurezze attraverso melodie sognanti.

L’unione di temi romantici ed un tono che richiama la vulnerabilità dell’artista conducono quindi, ad un prodotto che può definirsi anche precursore del concept album. Non viene raccontata una storia unitaria, ma non si può ritenere “Pet Sounds” una semplice raccolta musicale come tanti altri prodotti degli anni 60. È un’opera compatta e complessa, che ha ridefinito l’idea universale di che cosa potesse essere un album.

Grazie a canzoni quali “Wouldn’t It Be Nice”, che descrive un amore senza ostacoli, e ” l Just Wasnt Made for These Times”, il cui tema centrale è il non sentirsi all’altezza, si vive un lungo percorso malinconico ed arricchente.

Con il tempo, il lavoro ultimato del gruppo pubblicato il 16 maggio 1966, contribuì all’evoluzione del pop, del rock e soprattutto della musica sperimentale.

Bisogna però chiarire che l’influenza più evidente dell’album fu sui Beatles.

Se precedentemente alla pubblicazione del disco, Brian Wilson fu travolto da “Rubber Soul”, con “Pet Sounds” furono i Beatles ad essere del tutto sorpresi. Paul McCartney, che ritiene tuttora “God Only Knows” del complesso statunitense la sua canzone preferita, cercò insieme al proprio gruppo di eguagliare la grandezza dei Beach Boys. E, come affermato anche dal produttore della band inglese George Martin, si tentò di fare ciò con la composizione di “Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band”. Il disco che viene citato costantemente come uno dei migliori della storia, nonché possibilmente il più importante, fu realizzato soprattutto per raggiungere “Pet Sounds”. Ovviamente però, i Beatles e i Beach Boys non cercarono di imitarsi a vicenda, semplicemente vollero equiparare il livello musicalmente eccezionale che era stato raggiunto.

Un ultimo aspetto su cui bisogna soffermarsi riguarda la presenza del disco statunitense negli ascolti contemporanei.

Un orecchio più giovane potrebbe non apprezzare l’opera dei Beach Boys, nonostante sia ritenuta una pietra miliare dalla maggior parte degli ascoltatori più maturi. Quando si ascolta un disco di tale genere, non bisogna semplicemente pensare al prodotto in sé, che per alcuni potrebbe risultare antiquato, bensì ci si deve soffermare soprattutto sull’impatto che ha generato. Perciò, che lo si apprezzi o meno, resta uno degli apici assoluti dell’espressione creativa moderna.

I Beach Boys purtroppo non hanno mai più equiparato la grandezza di tale disco, diventando poi meno innovativi, ma bisogna comunque comprenderne la rilevanza, e soprattutto, lo spirito brillante dato dalla visione unica del compositore Brian Wilson.

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